Per dire l'adesso
ottobre 2009

«Adesso» è il problema. Mica per la vita, ma per l'arte sì. La vita fa che l'adesso sia. E noi ci stupiamo ogni volta, almeno quando siamo consapevoli di esserci, di essere presenti, vivi. L'arte, invece, deve organizzarsi e decidere come e cosa raccontare. Allora, se si mette a dire l'adesso, a raccontarlo, si contorce nella solita questione: mentre dico, racconto, dipingo, tutto ciò che sto dicendo, l'argomento e l'oggetto del mio narrare, è già passato. Necessariamente, gli artisti si ingegnano per radicare un segno, un simbolo, capace di far sì che le cose rimangano: per osservarle e pensarle.

Il racconto
Stefano Momentè ha scelto una forma narrativa: il racconto. Allora, chiunque narri qualcosa attraverso una forma (dialogo, carta, visione, macchina...) dice, fa sapere, quindi chiede d'essere visto (letto, pensato, ascoltato...) e di conseguenza, interpretato. Tutto quello che facciamo è fatto per sempre, perché non può essere rifatto. Almeno nel suo senso pieno. Io non posso ritornare indietro e rifare quanto è accaduto. In questo senso il destino è mio: perché lo decido, adesso. Invece, l'arte si concede qualche lusso. L'artista torna e ritorna sulle cose già dette e già viste, quelle della vita, ed è questo fare, disfare e rifare che ci affascina. Un tragitto che può procedere, per esempio, per negazioni ed affermazioni, percorso che nel caso di Momentè si impone in una via circolare: nelle sue rappresentazioni (cifrate, simboliche, mnemoniche...) talvolta si nega qualcosa, altre volte lo si afferma, ma sempre, si ritorna, circolarmente. Se si scelgono le parole dell'Oriente, è ripetizione, samsara, e se invece si preferisce parlare con l'Occidente, è ricomprensione, sintesi.

Le domande
Così, anche il catalogo che state leggendo, si presenta ingiustamente lineare, inutilmente cronologico, perché la narrazione è invece circolare, o meglio, comprensiva nel ritornare ad investigare un flusso di memoria che non si accontenta del passato, eppure non è futuro. Momentè chiede e non risponde. Costringe alla domanda, interroga il già stato e rinuncia a fissarlo, anche quando sceglie forme tipografiche, segni e grafie che hanno a che fare con il giornalismo e la notizia, con la lettera scritta ed il segno che allude. Però, sa che la notizia è effimera, perché quando viene scritta, l'evento che l'ha causata è già finito, trascorso, passato. Ecco i lacerti, i brandelli, i resti del simbolo, gli stati dell'essere, interrogati da Momentè, come tracce da investigare, frammenti di un già stato che ritorna e si riaffaccia, per essere di nuovo guardato. Anzi, rivisto.

Le riviste
Momentè rivede questo riandare e lo fissa, per esempio, nelle “riviste”. In una fase del cammino, la parola è inutile (L'inutilità della parola), anche se le forme e l'iconografia della Venere si guardano a creare segni e la lastra è tipografica. In un'altra, l'anima chiede di esprimersi in un libro (Libro dell'anima), perché Momentè è tormentato dalla sacralità della parola e dal simbolismo dei suoni della voce che ritornano nei segni grafici. I linguisti dell'Ottocento ritenevano inutile l'indagine sulle origini del linguaggio, non tanto per scaramantiche superstizioni, quanto per l'incapacità di definire un'evoluzione scientifica della parola e della sua sintassi, quasi adombrando l'idea che il linguaggio, nelle sue forme fondamentali, nei suoi mattoni costruttivi, sia comparso pressochè all'improvviso nella sua interezza (almeno se si considera l'impossibilità storica di analizzare le lingue, prima della loro concreta presenza in forma scritta). Oltre la scienza linguistica, le religioni rivelate testimoniano il ruolo sacrale del dire, radicando l'importanza della parola ad un evento creativo, appunto, rivelatore, riservando a pochi la possibilità (nonché la capacità) di interpretare (ermenutica) il senso delle cose dette e scritte. In questo ambito si muove la rappresentazione artistica di Momentè. Sforzo che in ogni chiave artistica deve trovare un oggetto capace di narrare e mostrarsi. Non solo nel senso di qualcosa che compare sopra o dentro un supporto. La contemporaneità artistica spesso non distingue il contenuto dal supporto, ed allora, le riviste di Momentè sono oggetti che nello stesso tempo contengono e sono “contenuti”. Parlano, proprio perché fanno rivedere, rivisitano, i principi metafisici connessi alla parola. Contemporaneamente, sono “riviste”, mezzi di comunicazione giornalistica, senza per questo rinunciare all'altro senso, quello della rivista intesa come spettacolo (Voglio vederti danzare).

Gli inganni
Lasciarsi ingannare. L'uomo nero viene da sempre (Who is afraid of the Boogie man?) e fa paura perché è incognito e si nasconde nei luoghi oscuri della coscienza (della conoscenza), prima di manifestarsi con il suo vero volto, quello storico, attuale. Nel suo percorso circolare, Momentè prova a raccontarci lo svelamento dell'inganno, prima informando e poi nascondendo il percorso delle parole e dei simboli usati. La citazione è talvolta esplicita ed evidente, e per esempio dice Henri Rousseau (Hidden Garden). Altre volte il pieno di luce sorge dall'ombra (Solo da un cuore pieno di gioia la luce si espande), ma il gioco del velo è scoperto. Negare e affermare, roteando il senso, affascinati dal mistero della parola. Usandola con parsimonia, per non rischiare di dirla a vuoto o di pensarla per niente, viaggiando senza sapere. Perché questo siamo: danzanti in un vuoto pieno di senso che fatichiamo a capire. Indagando (Gli stati dell'essere).

Aldo Trivellato

L'arte oltre ogni tempo
giugno 2009

Le immagini di Stefano appaiono a primo impatto ermetiche, in quanto si fanno portavoce della poetica dell'artista, espressa attraverso simboli quasi ancestrali, i quali permeano il bagaglio culturale della civiltà occidentale. In questo senso, l'artista fa un largo impiego del citazionismo di opere d'arte di un passato più o meno recente, essendo il tempo in arte un fattore particolarmente effimero, in quanto anche delle sculture classiche possono veicolare significati percepibili come vicini alla sensibilità contemporanea, confermando in tal modo che l'arte di ogni epoca appartiene in realtà a una dimensione estemporanea.

Fiordalice Sette

Un viaggio nel tempo
luglio 2008

E’ un viaggio nel tempo dove segni e disegni restano impigliati nella rete del Tempo, impressi su basi diverse, ora il muro di una vecchia casa, ora la carta che si trasforma in graffito, quasi un’incisione rupestre, ora la tela assemblata ad altro come a render possibili esorcismi creati da gesti, simboli, icone, amuleti che spesso invocano un potere soprannaturale benigno .
Appunti di viaggio, messaggi, a volte anche onirici, in una realtà di apparizioni e di ricordi.
Fantasmi felici, abbigliati di colore, intensamente prolifici e pullulanti dal Niente, da dove appaiono tra i segni o convulsi in mezzo al colore strisciato.
Nelle sue opere troviamo l’essenza, l’anima dell’artista, la semplicità che svuota se stesso di ciò che timidamente nasconde, una convergenza tra sintesi e composizione che rimanda alla percezione, al “sentire con gli occhi”, ad una narrazione sensuale fatta di piccoli cenni, preziosi “logoritmi” in un’incombente, attuale oscurità di istinti e di sensazioni latenti.
Tra i segni ecco ritagli di giornale, piccoli frammenti, vecchie fotografie che invadono discretamente le tele, la carta, ciò che Momentè sceglie a supporto per il suo vagabondare tra mystes e religiosità, tra presente e passato.
L’arte di Stefano Momentè ci riporta a pensieri reconditi, espressamente voluti dall’artista, o forse solo istintivamente desiderati dall’uomo, la nostalgia di raggiungere la conoscenza, anche attraverso le percezioni, quella tattile, quasi primitiva, per ritrovare se stessi in uno dei fuggevoli, rari e dolci momenti d’umana riflessione, nella consapevolezza che L'istinto detta il dovere e l'intelligenza fornisce i pretesti per eluderlo (Marcel Proust).
Riconoscibile lo stile di Stefano Momentè, testimonianza di un importante percorso artistico che giunge all’astratto non escludendo un iter pregresso, ma rendendoci partecipi di uno status di crescita e di sintesi armoniosa sempre in continuo mutare tra sperimentazione ed evoluzione.

Tiziana Aliffi

L’arte come storia
giugno 2008

Per Stefano Momentè fare arte significa fare storia. L'artista grazie alla sua
ricerca costante, crea un manufatto sensibile in grado di collegare il passato, il
presente e il futuro. Per arrivare a catalizzare nell'opera d'arte tali significati
così intensi, eterni e globali, il creatore deve compiere un processo culturale,
frutto di una libera indagine che si concretizza grazie ad un uso cosciente dei
mezzi e delle tecniche offerte dall'arte stessa. E' chiaro perciò che il fare
ricerca intellettuale per Momentè significa sconfinare nella sperimentazione continua che si avvale dell'archetipo, inteso come rappresentazione di contenuti e modelli ideali o fisici presenti nell'umanità fin dai suoi primordi.

Siro Perin

Un’indagine artistica profonda
giugno 2008

Astratta, informale, segnica, materica, a suo modo espressionista, l’arte di
Momentè è reduce dalle Avanguardie novecentesche che videro protagonisti artisti
quali Rauschenberg, Duchamp, Burri, Richter, Merz, Pistoletto e Kapoor. E’ qui presente però una consapevolezza identitaria del tutto personale, sottolineata dall’indagine artistica profonda, che scaturisce nell’elaborazione di un segno simbolicamente espressivo del tutto identificativo dell’artista, consapevole del proprio ruolo di creatore contemporaneo.

Carla Ferraris

Sui libri dell’anima
ottobre 2007

La cultura dell’immagine come feticcio fa spesso perdere di vista i contenuti più
nobili e significativi dell’opera di un’artista. Nel caso di Momentè il significato
è così amalgamato, osmotico quasi al significante, che l’equivoco è pressochè
impossibile. Non è facile staccare lo sguardo da un Tutto che offre chiavi di lettura
sempre diverse ma sempre ugualmente appaganti.

Beppe Palomba

Creatore di chimere
febbraio 2007

Momentè esprime al meglio l’immagine e l’essenza stessa dell’artista contemporaneo, condannato dalla sua stessa bulimia a fagocitare immagini, impulsi, informazioni.
Ma, a differenza di tanti altri, egli riesce ad elaborare un proprio codice espressivo
che lo porta ad esprimere in modo netto una personalità indagatrice, attenta
al dettaglio significativo, ma al tempo stesso dirompente nel risultato finale. Un
creatore di chimere, più che una loro vittima... Il gioco di rimandi, di citazioni,
non gli prende mai la mano; il suo controllo sul risultato finale è totale, sia che
giochi con i mostri sacri della pop-art che con i fantasmi del nostro presente. Un
uomo con gli occhi aperti sul mondo ed insieme un Artista.

Beppe Palomba

Moltiplicando l’immagine
novembre 2006

Se in principio era il Verbo, poi è arrivata l'immagine. E con l'immagine Momentè
lavora. Celandola, nascondendola, Stefano Momentè la rende vicina, tangibile.
Momentè collaziona scampoli figurativi tratti da differenti contesti, e associandoli,
unendoli, li sposa in un matrimonio che è concettuale e al contempo discorsivo.
Il suo citazionismo spazia dalla Nike di Samotracia alla faccia di Warhol, passando
per gli sguardi anonimi dei guerriglieri afgani, i corpi delle modelle, il
ritratto del Che. Il colore come una patina sta attorno alle icone, e le rivela
come una finestra aperta rivela i gesti di una casa; il segno incornicia, sottolinea,
e il legame - logico o illogico, emozionale o compositivo - tra immagini differenti
diventa narrazione.
L'immagine di Momentè, dal tempo in cui l'ha confinata la storia rientra nella quotidianità.
L'iconofagia contemporanea si incanala in un nuovo e altro senso, e la
raffigurazione - metabolizzata, interiorizzata - si eleva oltre i propri limiti,
oltre il proprio perimetro, non solo visivo ma anche semantico.

Cinzia Bollino Bossi

Combinazione di elementi
settembre 2005

Luci e ombre, graffi e strisce di colore, simbolici segni, la vita e l’anima, il
dolore e il cuore, si stagliano su tele, che non sono tele, su juta, su lastre
tipografiche emulsionate. Momentè è soprattutto alchimia, dunque ricerca del profondo, della combinazione esatta degli elementi, dei meccanismi che tengono insieme la capacità di osservare da dentro “rette che si intersecano”, la capacità di “sbirciare dal ventricolo sinistro”, o capire dov’è “l’inizio” e dove “la fine”.
Ma non solo ricerca alchemica, l’arte di Momentè è istante, è momento, catturati da
segni, da colpi, da istinti cromatici fuori da ogni regola, eppure ordinati, eppure
logici, eppure essenziali e fondamentali insieme con i titoli delle opere.

Donato Corvaglia

Raccontando le cose che divengono
maggio 2005

Se si rimanesse ritti sulla soglia, inadatti al passaggio e nello stesso tempo nolenti
al ritorno, lo sguardo biologico, l'occhio, probabilmente vedrebbero il senso delle
cose che divengono. A noi, invece, è dato il passaggio, e la soglia è costantemente
colta e perduta. Resa presente, infine, nella memoria e nel ricordo, deformata e
costantemente rinnovata, nuovamente diveniente. La testimonianza della possibilità di vedere il transitorio, è affidata all'arte.
Concetti rintracciabili in Stefano Momentè, per prima cosa nell'affidamento al simbolo: icona ontologicamente contradditoria, fissità mutevole, proprio perché, necessariamente, il simbolo rimanda ad altro. L'oltre che si apre nelle strutture simboliche (il percorso di Momentè poggia su icone note, talvolta su parole chiave, altre volte ancora su figure) non consente la stabilizzazione del punto di vista e provoca l'oscillazione dei significati. Vacilla, allora, anche la volontà di dare ordine
all'idea raccontata dall'espressione artistica, talvolta contraddicendo le stesse
intenzioni dell'autore.
Non c'è mai stato, peraltro, astrattismo o assenza di forma in Momentè, così per la
volontà dichiarata di fare dell'arte un discorso, in cui simboli, parole, lettere e
segni (ma anche brandelli e strappi, colori ed emulsioni) ragionano per cogliere un
senso, e dirlo. Dichiarazione resa definitivamente esplicita nei lavori 2004-2005,
nell'evidenza di icone che sono figure concrete, lacerate e decontestualizzate, affiancate a citazioni visive (dal classico alla pop art) e lessicali. Vicino all'idea
delle avanguardie del Novecento, secondo cui anche il "supporto" è parte concreta dell'espressione artistica, Momentè sceglie la lastra tipografica (ancora "sporca" di
colore) rafforzando il principio secondo cui l'espressione artistica è un racconto.
Senza per questo, ovviamente, vedere le cose che divengono. Preferendo, invece, dirle, preoccupato di una possibilità che continuamente si mostra, sottraendosi.

Aldo Trivellato

Tra Esso e Tat Tvam Asi
marzo 2005

AUM o, brevemente, OM è il suono, il simbolo vibratorio dell'assoluto, del reale
dietro il mondo evanescente.
AUM è lo stato di trascendenza della coscienza mentale oltre lo stato di veglia, di
sogno e di sonno profondo.
Tutto questo universo è solo AUM.
L'OM e Brahman, Tao, Nirvna, Mukti, Satori, Salvezza, Samadhi, Analhaq, Coscienza Cosmica, il Sè...
Al Darshan di Puttaparthi giungeva diretto Sai Baba alla vista di ogni bambino
dalla testa pelata, o meglio tonsa, mentre il padre gli porgeva una lavagnetta con
gessetto, su cui il maestro tracciava il simbolo della sillaba OM, poi ricalcato
dalla mano del bambino guidata dal padre. E così nell'iniziazione dell'individuo
all'universale è l'essere di coscienza e beatitudine, come l'onda è il mare...
L'arte di Momentè nella via del cuore và dalla forma al senza forma, nel procedere
informale è la sua opera, come un Tantra, una sorta di non dualismo, un Advaita-
Vedanta ...o Samkara dell'arte?
Certamente Momentè strizza l'occhio a Tàpies, e ad un certo periodo pop di
Schifano... Esso è Tat Tvam Asi "Tu Sei Quello"

Mauro Nobilini

L'unica via
settembre 2004

Riscoprire l'arte, l'alchimia della vita, non può che essere per l'artista l'unica
via possibile.
Giungere attraverso il simbolo e l'intuizione a recuperare senso per tramandarlo
sembra essere un tutt'uno per il pittore Stefano Momentè.
Nei suoi dipinti si assiste all'elegia del Divino, manifesto in numeri, colori e
significative forme…

Fedele Boffoli

VIvace e simbolica
luglio 2004

La pittura di Stefano Momentè, vivace e simbolica, fonde il linguaggio metropolitano con la ricerca del segno archetipico. Riuscito mix tra memoria storica e sperimentazione fisica.

Cristina Santoro

Il naturalismo astratto di Stefano Momentè
marzo 2004

Stefano Momentè, a mio avviso, è l'artista veneto di maggior rigore e coscienza,
sia per quanto riguarda la lezione dell'avanguardia storica, sia per lo sviluppo
della sua pittura limpida, costruita in una sapiente tessitura di memoria e presenza,
di notazioni sensibili e di "naturalismo astratto", arricchito dei nuovi simboli
delle comunicazioni di massa (numeri, lettere), mal rinunciando alla presa di
possesso di una realtà sempre in movimento, misteriosa nei suoi fenomeni sempre da decifrare.
La costante della pittura di questo artista, di vivacissimo ingegno, è una grande
poetica, una ricerca continua del "perché delle cose", da fuori a dentro, della
materia come della luce, della forma come del movimento, dell'oggettività come del
simbolo.
Di Stefano Momentè non poteva non conquistarmi questa sua continuità e felicità di sviluppi, nel quadro di un'arte non sperimentale, ma che sempre sperimenta nel linguaggio
della pittura.
Nell'opera di Momentè le recenti vicende della cultura e dell'espressione artistica,
nel senso di un recupero e, meglio, di una rigenerazione accorta e impegnata della
"realtà", quella esterna, attraverso il filtro della visione interiore (realtà sognata)
e perciò di una "realtà psicologica", sono messe in evidenza attraverso dipinti
felici come "Fuori e dentro di me", "Alla continua ricerca di Atlantide",
"Dall'anima universale", "Solo il cuore indica la via", "Ogni cosa increata" o
"Gnosis", sia per la preziosa impostazione cromatica, sia per la ispirata capacità
di evocazione in una suggestionante alternativa di oggetti (simboli) e atmosfere
appena impressi nella memoria, di attimi di luce e di allusioni a presenza fantastiche
di non comune efficienza espressiva.
Molte delle opere di Stefano Momentè sembrano tracciate sul bagna-asciuga della
spiaggia di un mare colorato di rosa, di giallo e di azzurro, o su un muro di antica
memoria. In queste opere si può vedere come il pittore, in una descrizione
intessuta di sentimento malinconico, riece man mano ad allargare i termini del suo
dialogo con la natura: prima con una constatazione oggettiva, e poi via via
liberando ,sugli oggetti e sulla luce, una vibrazione più intensa e sottile della
fantasia interiore.
Il "Manifesto" dell'arte tracciato dallo stesso artista descrive l'arte stessa come
ricerca, memoria ed esperienza: una pittura che recupera simboli e archetipi, di
getto e d'istinto.
Aldo Trivellato scrive che la pittura di Momentè non è astratta, perché non abbandona la figura (simbolo) e osserva oltre le apparenze.
A me piace parlare di "naturalismo astratto" perché anche l'astrazione non potrebbe
che nascere dall'osservazione della natura, dalla realtà vista non con l'occhio, ma
col cuore e il sentimento.
Momentè provoca un contrasto acuto tra la materia che rende quasi per analogia il
rilievo dell'affresco, la sinuosità dei graffi che brillano sotto il sole, al
taglio della luce; una bava iridata e irritata, strascinata su piani morbidi di
felpa, magicamente e sapientemente preparati come nelle alchimie basali degli
artisti del Trecento.
Direi che è proprio la coscienza di queste idee generali a sollevare
l'immaginazione di Momentè, oltre il frammentismo, in una prospettiva esaltante,
carica di pathos, restituendo ai simboli la loro funzione.
Una superficie dipinta da Stefano Momentè vive per l'intensità dell'emozione che
l'ha ispirata e per la bizzarria dei simboli e la forza che la giustifica.
Il punto cardine su cui si basa l'astrattismo di Momentè non è il disconoscimento
intero del formalismo, ma la ristrutturazione essenziale di parte di esso. Nelle
opere di questo artista l'astrazione non è la totale negazione della realtà, ma
della realtà stessa è l'essenza di ciò che essa trasmette nel preciso istante in
cui la osservi e l'analizzi. Un istante dopo, sia la realtà che la sua essenza si
modificano e quindi anche l'astrazione assume un significato diverso.
Il "naturalismo astratto" di Stefano Momentè, quello che scaturisce dalle sue
opere, è ben definibile: un suo quadro astratto si può considerare la psicanalisi
di un quadro figurativo, la sua astrazione vuol dire letteralmente trarre, separare
o filtrare dal reale il suo contenuto spirituale.
Stefano Momentè, con la sua pittura fatta di colore e di simboli, getta una sonda
nell'inconscio, nell'intento di esplorare i moti più intimi del nostro "Io" e i
nostri turbamenti.
Momentè propone una lettura originale dell'astrazione, una nuova interpretazione
della percezione, una traduzione inedita, sintetica della luce, del movimento e
delle forme, una visione "mistica" della continuità tra cielo e terra, in un continuo
amalgamarsi fra operazione artistica, scenografica e architettonica.
Quella di Stefano Momentè è una pittura con "licenza di stupire", per l'originalità
della forma, la preziosa intonazione cromatica esaltata dalla tersa luce.
Bisognerebbe scomodare la stessa psicologia (Scienza dell'anima) per spiegare il
vero significato, quello più intimo, di queste opere, che sembrano le proiezioni
psichiche dell'artista sulla tela.
Osservando l'arte di Stefano Momentè si può arguire che non è vero che nel campo della pittura non c'è più niente da dire, perchè nel campo della forma e del colore e attraverso le sfumature della sensibilità c'è ancora uno spazio infinito.

Eraldo Di Vita

I segni suoni di Stefano Momentè
giugno 2003

Eravamo rimasti a segni lettere, per simboli parole destinate a legare e separare.
Il duplice, come impegno e limite (limes, confine, soglia ) della pittura di
Stefano Momentè, pareva suggerire e quasi aspettarsi (ricompensa e gioco virtuoso) d’essere (o mostrarsi?) uno.
Apparire è d’altronde vezzo della pittura, ma dietro ad ogni apparenza il duplice
pretende di mostrare la propria identità: la sostanza. Ovviamente vale anche il
viceversa e alla pittura che non pretende di spiegare i simboli, ma li ama (è il
nostro caso), è propria la costanza del chiedere. Insoddisfatta d’essere unità temporanea (persino scontenta d’essere definita come unità) l’indagine è indecisa tra la stabilità e la mutazione.
In bilico, la figura dipinta restava al confine, orlo e soglia, eppure viaggio e percorso, significato e allusione.
Tra il dire e il non dire, il confine non è labile, ma orgoglioso, e l’oltrepassare, allora, può essere più o meno modesto, ma comunque deciso.
Coerente per indagine e pensiero, adesso Stefano Momentè decide un segno suono, tracciando, per diverse materie e tecniche, un detto e taciuto. La “sillaba” (taciuta ma tracciata) è prima di tutto un “sì”, affermazione precisa, assenso al mondo.
Il senso è l’ordine, non quello che presiede alla necessità di organizzare il disordine,
ma consenso: il riconoscimento ad una possibile visione del mondo che sia
ordinata, o meglio “regolare”.
La regola è propria del rito, che deve, per doverosa necessità, essere sempre
uguale a se stesso. Infinita e precisa ripetizione di un mandare e rimandare, con
malinconica passione per le radici dei verbi parola.
Mentre traccia segni suoni, Stefano Momentè prega.
La fissità di chi guarda non dovrebbe comprendere. Perché non c’è nulla da tenere
assieme, salvo un eco profondo che non ha a che fare con la pittura. Se è per
questo, nemmeno con le parole.

Aldo Trivellato

Una pittura sapienziale
maggio 2003

La pittura astratta di Stefano Momentè è sapienziale, in quanto esprime l’esigenza
vitale di segretezza e difficoltà del simbolo. (…)
La produzione di Momentè ha volutamente carattere alchemico, come, del resto,
dichiara lo stesso Artista. L’alchimia è ricerca delle verità nascoste, degli
archetipi, a differenza della scienza, che non se ne cura ed al massimo cerca cause
prossime.
Come gli alchimisti, agli archetipi, alle verità intuite, Stefano Momentè assegna
dei nomi – per gli adepti, Mercurio, Zolfo, Sale – o titoli, che scaturiscono per
proiezione dalla stessa opera, la integrano, la coagulano, divenendo con essa una
sola cosa. (...)
La pittura di Momentè si esprime e comunica per mezzo di allusioni simboliche. È
mistica, nel senso che si pone nei confronti della Natura con amore, con sommo
rispetto, con insopprimibile desiderio di assoluta appartenenza.(...)

Giuseppe Toffolo

Poco prima del simbolo
marzo 2001

Il simbolo unisce le cose che all'apparenza sono disparate. Ecco perché la figura,
oltre alla sua concretezza, può anche raccontare 'altro', lontano dalla solidità
della cosa. Quando la figura se ne va e l'oggetto si vergogna a dichiararsi tale,
rimane una nostalgia, oppure altro; forse quello che la tradizione pittorica ha
deciso di chiamare "astratto". In quel "tratto lontano da ogni cosa" si nascondono
le migliori insidie dell'interpretazione.
La pittura di Stefano Momentè non è astratta, non abbandona la figura, perché
sceglie volontariamente di osservare oltre le apparenze, quelle che l'antica
filosofia greca o l'induismo, identificano proprio nella figura, nel corpo. In
questo "non dire" la figura, Momentè cerca il simbolo. Così rimane l'evento, indagato per segni, dichiarato, con i segni/lettere che, oltre a legarsi alla
tradizione delle tecniche pittoriche dell'avanguardia italiana, scelgono di parlare
chiaramente, con linguaggio noto ed ordinato. In quel caso si è "dentro" la cosa
(Sbirciando dal ventricolo sinistro) ed il "guardare" si propone giustamente
ambiguo, per l'impossibilità di stabilire se ciò che vedo è interno o esterno.
L'indagine, tra stabilità e mutamento, prova tecniche miste che si alternano o si
mischiano sulla tavola, la tela, la iuta, nei modi incuriositi di come l'organico
diventi inorganico e viceversa: la polvere, il talco, il gesso, lo zucchero.
Sostanze primarie, Ida, nutrimento, ed allora causa prima di tutto ciò che vive,
come la nascita, il permanere e la morte, perché se si sceglie il simbolo allora la
strada si rivela proprio mentre si nasconde ed anche la narrazione deve raccontare
la contraddizione ambigua, la difficoltà di capire, la mediazione e la meditazione.
Il bronzeo giallo di Pingala è vicino eppure lontano, il custode della porta può
spalancare il sole e permetterci di vedere oltre. Il nostro cammino appartiene però
alla terra di mezzo (Tra Ida e Pingala si snoda la via) e ci rimane il compito difficile
di scegliere. La scelta può anche fondarsi, affidarsi ai principi, alle
virtù. Come il Prema, l'amore (Prema, per me la prima virtù), osservando la sua
duplice capacità di unire le cose e di separarle. Ecco perché Stefano Momentè non è un astrattista, scegliendo invece l'indagine della figura, non negandola, ma scrutandola al confine, poco prima del simbolo.

Aldo Trivellato

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Nato a Jesolo, Venezia, nel 1961,
sotto il segno del leone, Stefano Momentè si esprime
con segno e colore praticamente da sempre.
Dapprima con una figurazione marcata che
però abbandona negli ultimi anni, preferendole
una rappresentazione dell’intimo umano,
in una continua sperimentazione di tecniche e materiali diversi.
Giornalista e grafico pubblicitario, curioso di tutto,
Momentè ha collocato quindi la sua ricerca
nell’ambito dell’informale, come proposta di una nuova,
simbolica, materialità, attraverso stratificazioni di colore
di varia consistenza dove tracce, segni
e graffiti rimandano anche alla pittura di gesto.
Momentè appartiene ai gruppi di
ricerca artistica Materia Prima, Settima Porta e Colors Inside.



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